Definizione e diffusione del fenomeno: secondo l’Accademia della Crusca, il femminicidio consiste nel “provocare la morte di una donna, bambina o adulta, da parte del proprio compagno, marito, padre o di un uomo qualsiasi, in conseguenza del mancato assoggettamento fisico o psicologico della vittima.”
Non passa giorno senza che i media diffondano notizie legate a questo termine. Sembra quasi che ci sia un’epidemia incontrollata. Ma è davvero così? Oppure oggi semplicemente si parla di più di un fenomeno che è sempre esistito, ma che in passato era silenziato dalla cultura patriarcale?
Mi chiedo: “nel passato, notizie simili erano all’ordine del giorno?” A memoria, no. Era raro sentire che un marito, un compagno, un convivente, un tizio qualsiasi uccidesse la propria moglie, compagna, convivente o una sconosciuta. Ma allora, nel tempo, cosa è successo? È cambiato qualcosa?
Indubbiamente sì. Prima, le separazioni non erano così frequenti e molte donne, soggiogate da un padre-padrone, soccombevano, si chiudevano in sé stesse e, spesso per amore dei figli, subivano in silenzio, anche perché non avevano indipendenza economica. Oggi, con l’emancipazione, le donne hanno preso più coscienza di sé e non sono più disposte a sopportare come facevano le nostre nonne. Questa maggiore indipendenza e autonomia, anche economica, ha portato con sé una reazione violenta da parte di chi, incapace di accettare il cambiamento, vede nell’omicidio l’unica via per riaffermare il proprio controllo.
Nel passato non c’erano solo i padri-padroni, esistevano anche altre figure che sapevano approfittare della sottomissione cui le donne si relegavano. La violenza sulle donne ha sempre avuto radici profonde nella società, e solo di recente si è cominciato a darle il giusto nome e peso.
“È meglio adesso o era meglio prima?” Mi chiedo. Rimango fermamente convinto che non fosse meglio né prima né adesso. La violenza non ha mai avuto giustificazioni e non dovrebbe averne nemmeno oggi. Ma ciò che è cambiato è la consapevolezza. Oggi le donne denunciano di più, si parla di più del problema e ci sono più strumenti per contrastarlo. Tuttavia, il cammino è ancora lungo.
Non riesco a giustificare tutta questa violenza. Cosa si ricava da queste azioni estreme? Si rovina la propria e l’altrui vita. E, nel caso ci siano bambini di mezzo, ancora peggio: intere famiglie vengono distrutte, segnando per sempre chi resta.
L’uomo, per quanto si definisca superiore, rimane l’animale più crudele sulla faccia della terra. Gli animali uccidono per necessità, per sopravvivere, mai per il piacere di sopraffare o per vendetta. Noi, invece, lo facciamo senza motivo, mossi dall’egoismo, dalla rabbia, dal bisogno di controllo.
Viviamo in una società in cui l’uno vuole prevalere sull’altro. Contrasti, litigi e questioni di poco conto sfociano sempre più spesso in atti di violenza. La cronaca ci parla di femminicidi scaturiti da motivi futili: un rifiuto, una separazione, una gelosia immotivata. Come se la vita di una donna fosse un oggetto di proprietà dell’uomo.
E non dimentichiamo le guerre, i genocidi e le violenze perpetrate sulle popolazioni più deboli. L’umanità sembra incapace di vivere in pace, e ogni forma di sopraffazione è figlia della stessa radice: il bisogno malato di dominio.
Ma possibile che non possiamo vivere serenamente, rispettandoci a vicenda? La soluzione sembra tanto semplice quanto difficile da attuare: lasciarsi alle spalle l’idea del possesso e imparare il rispetto reciproco.
Io dico: “fatti la tua vita e non rovinare quella degli altri”. Se un rapporto è finito, è finito e basta. Accettalo e vai avanti senza calpestare chi non vuole più stare con te. La libertà di una persona non deve mai diventare la prigione di un’altra.
A coloro che commettono questi crimini vorrei chiedere: “cosa hai ottenuto facendo scempio della vita di tua moglie, della tua compagna, e così via dicendo?” Nulla, se non distruzione, dolore e tragedia. Non solo per la vittima, ma per te stesso e per chiunque vi fosse legato.
Dobbiamo fare di più come società: educare al rispetto fin da bambini, insegnare che l’amore non è possesso e che nessuno ha il diritto di decidere della vita altrui.
Solo allora, forse, vedremo un cambiamento vero.
Speriamo bene, non si possono sentire più questo tipo di notizie e ora di dire BASTA in maniera decisa e consapevole.
C’era chi diceva (Gatti di Vicolo Miracoli, – in un loro testo – ndr.) che: “la vita è bella perché è varia” io invece direi: “la vita è bella perché è avariata”. A parte la battuta la vita è bella e tanto ci deve bastare. Godiamoci al meglio questo nostro passaggio terreno, sul dopo nulla si sa.
Alla Prossima.